lunedì 3 febbraio 2014

L'introduzione del mio libro sullo stemma civico di Idro. Non l'ho ancora ricontrollata. Abbiate pietà. Abbiatene anche dopo che l'avrò ricontrollata.

"Se confidi a qualcuno di occuparti di araldica, è probabile che la prima domanda che ti venga rivolta sia: “Perché?”. Il bello viene quando chi ti interroga scopre dal tuo farfugliare qualcosa, che non lo sai nemmeno tu. Un’altra domanda, vale a dire: “A cosa serve l’araldica?” vanta invece almeno due-tre risposte “ufficiali”, buone da utilizzare come primo soccorso: “l’araldica è scienza ausiliaria della storia”; oppure “strumento indispensabile per lo storico” o ancora “talvolta utilissima per la datazione di opere d’arte, cronologicamente incerte”. Tutto vero? Tutto vero, ci mancherebbe. Ma.
Ma questa visione “archeologica” dell’arte/scienza che amo sperando di non recarle troppo torto con il mio inesperto agire, non mi soddisfa, o meglio non risponde quasi per niente alla domanda. E parte da un presupposto assai errato: ritenere che non vi sia una richiesta ed una conseguente produzione di stemmi attuali, e che quindi non esista che una prospettiva: quella della contemplazione di materiale araldico antico. Una scienza morta, insomma, o meglio considerata tale perché non se ne conoscono e non se ne individuano la valenza ed i percorsi artistici e antropologici attuali. Come se si ritenessero estinti l’aquila o il leone (esempi assai araldici…), perché a forza di esaminarne scheletri, non si disponesse più delle modalità cognitive necessarie ad individuarne esemplari tuttora vivi e vegeti. Nulla di più sbagliato, ripeto. Sussiste un crescente interesse per l’araldica intesa come strumento “contemporaneo”, e, tenetevi forte, esistono meravigliosi artisti e studiosi in grado di soddisfare tale interesse. Chi come me è convinto che l’araldica “serva” all’oggi, pertanto, non si accontenterà mai di vederla riconosciuta soltanto come mezzo insostituibile di interpretazione del passato. Essa soddisfa nella contemporaneità, anche se in maniera –lo riconosciamo- incalcolabilmente meno vasta e generalizzata, lo stesso identico bisogno (un vero bisogno) che ha assolto meravigliosamente nel passato, quello dell’autoidentificazione, dell’autorappresentazione e soprattutto della differenziazione di una persona, di un ente, di una famiglia. Ma anche queste sono formulette che lasciano il tempo che trovano, e di tempo per decriptarle e svilupparle ce ne vuole. In realtà, in altra sede*, ho tentato l’impresa, ma non è certo detto che vi sia riuscito. Qui più che all’analisi scientifica o sedicente tale, lascio il compito di spiegare e di spiegarmi alla poesia, mezzo assai più efficace. E lo faccio con una frase tradizionale di un grandissimo popolo, che più distante dall’humus in cui è sorta l’araldica europea non potrebbe essere stato ed essere (e che con tale humus in realtà dovette fare dei conti tristissimi): i Cheyenne. «Forza Antica la giubba di pelle che indosso ha grandi poteri. Essa mi protegge da guerre e malattie. Me l' ha data mio padre con queste parole: Indossa la mia forza, figlio mio, sono io che te la dono!». Non voglio certo qui intavolare dibattiti che non saprei condurre sulla differenza culturale -e quindi sostanziale, in chiave interpretativa-, che separa il poeta Nativo che ha scritto e me che ascolto. Io racconto solo sensazioni, e se provate a sostituire il termine “giubba di pelle” con il termine “stemma” (lasciateci pure “indosso”…non ci sta male per niente) capirete quali siano le mie in relazione all’araldica. Le mie e non solo mie, perché esse, e le loro conseguenti manifestazioni plastiche, sono diffuse molto più di quanto si creda. Basta sapersi guardare intorno.
Detto tutto ciò, capire i motivi che mi hanno spinto a cercare di dire qualcosa sullo stemma di Idro non è impresa particolarmente ardua. L’idra è per me il cuore che pulsa al centro di tutte le suggestioni e le sensazioni che “appartenere” alla sua terra sa trasmettermi. Io non ho generazioni passate su cui far poggiare la mia esistenza tra le vie di Idro, sono un nano che non può stare sulla spalla di alcun gigante, per dirla alla Bernardo di Chartres; nessuno dei miei antenati ha calcata alcuna delle contrade del borgo, in passato. In tal senso sono solo, in fondo. Si può dire sia un apolide innamorato del luogo nel quale ha sempre vissuto. E allora mi piace immaginare il flusso di vite ormai trascorse come enormi fiumi che si intrecciano tra loro, dei quali gli idrensi che incontro sono solo la goccia più recente; mi piace quando sento dire: “la mia famiglia è sempre stata di qui”, come mi piace pensare a tratti somatici o caratteriali che abbiano attraversato le folli frontiere del tempo arrivando indenni sino ad oggi. E ancora sono felice quando qualche anziano le riconosce e ne parla, snocciolando rosari di genealogie che mi resteranno ignoti e incomprensibili per sempre. Perché dico tutto questo? Perché io non voglio millantare appartenenze di cui non posso vantarmi: la mia permanenza in Idro è un soffio e non so nemmeno se potrò perpetuarla. Ma dell’amore che provo per questo grumo di case incastrate tra acqua e monte (amore magari bislacco o incompreso, o solo incomprensibile) sono fiero e geloso. E allora parlare dell’idra come ne parlerò io nelle prossime pagine, spero contribuirà minimamente all’enciclopedia del sapere locale ma non vorrà mai costituire un presuntuoso piantare picchetti di appartenenza in una terra in cui sono ospite da nemmeno un cinquantennio. Questo libro vuole essere semmai e sicuramente, per quel che le mie capacità hanno concesso, un lavoro di impronta scientifica, ripulito da quelle romanticherie che ancor oggi infestano molti lavori di natura araldica, ma forse è più una lettera d’amore. Se dovrà essere ricordato, lo si ricordi così.
Gennaio 2014"

(Fabio Bianchetti diritti riservati).

2 commenti:

  1. L'araldica è anche arte.
    E l'arte è anche poesia.
    Bravo, Fabio.
    Eccellente il paragone con la "trasmissione del segno" dei nativi americani.

    RispondiElimina